di VIncenzo Chiera
L’attuale fase storica dell’umanità suggerisce un paradosso inquietante: l’essere umano, all’apice della sua evoluzione tecnologica, è l’unico organismo vivente impegnato a distruggere sistematicamente l’ambiente che ne garantisce la sopravvivenza. Questa “involuzione” ci ha condotti sull’orlo di una serie di catastrofi di nostra stessa creazione, dove i valori che abbiamo coltivato per decenni si rivelano oggi profondamente dannosi per l’equilibrio del pianeta. Come suggeriscono molte fonti, siamo prigionieri di un modello che, pur fornendo benessere immediato, alimenta un caos climatico senza precedenti e decima le altre specie che rendono la Terra un luogo vivibile.
E come se ci stessimo disconnettendo dalle sorgenti della vita. Derrick Jensen, eco-filosofo americano, che mi ha ispirato per queste brevi considerazioni, evidenzia come il nostro senso di dipendenza sia stato deviato: se la nostra esperienza quotidiana ci insegna che l’acqua proviene da un rubinetto e il cibo da un supermercato, la nostra lealtà si sposterà verso il sistema industriale che li fornisce, piuttosto che verso l’ecosistema naturale. Siamo diventati “confusi e mescolati” all’interno di un meccanismo in cui le nostre vite dipendono paradossalmente da una struttura che ci sta portando verso l’autodistruzione. Questa forma di identificazione con l’infrastruttura artificiale ci impedisce di percepire che la nostra vera base vitale sono il suolo e l’acqua dolce delle sorgenti e delle falde, rendendoci pronti a difendere il sistema distributivo anche mentre questo consuma le risorse finite del pianeta.
L’involuzione si manifesta anche nell’incapacità di immaginare alternative, come se il “rumore” del nostro attuale stile di vita parlasse attraverso di noi, impedendoci di vedere il crollo imminente. Mentre “consumiamo” il pianeta, la nostra attenzione resta catturata da strumenti tecnologici e beni di consumo che “intasano le nostre menti”, distraendoci dalla realtà di un Occidente che sta “mangiando i suoi figli”, come nel magnifico articolo di Jonathan Cook, di cui riporto il link, sacrificando la stabilità climatica futura per un consumo di massa insostenibile. La sopravvivenza della specie, dunque, non dipenderà da ulteriori innovazioni tecnologiche, ma da una radicale inversione di rotta: dobbiamo tornare a identificarci con i torrenti, gli alberi e il suolo. Per superare questa fase involutiva, è necessario abbandonare l’ambizione di conquistare o sottomettere la natura, riscoprendo invece antiche forme di spiritualità e pratiche di vita basate sulla cooperazione e sulla convivenza armoniosa con i cicli biologici.
https://jonathancook.substack.com/p/a-dying-west-is-eating-its-children?utm_source=post-email-title&publication_id=476450&post_id=210644192&utm_campaign=email-post-title&isFreemail=true&r=1z9de&triedRedirect=true&utm_medium=email
L’attuale fase storica dell’umanità suggerisce un paradosso inquietante: l’essere umano, all’apice della sua evoluzione tecnologica, è l’unico organismo vivente impegnato a distruggere sistematicamente l’ambiente che ne garantisce la sopravvivenza. Questa “involuzione” ci ha condotti sull’orlo di una serie di catastrofi di nostra stessa creazione, dove i valori che abbiamo coltivato per decenni si rivelano oggi profondamente dannosi per l’equilibrio del pianeta. Come suggeriscono molte fonti, siamo prigionieri di un modello che, pur fornendo benessere immediato, alimenta un caos climatico senza precedenti e decima le altre specie che rendono la Terra un luogo vivibile.
E come se ci stessimo disconnettendo dalle sorgenti della vita. Derrick Jensen, eco-filosofo americano, che mi ha ispirato per queste brevi considerazioni, evidenzia come il nostro senso di dipendenza sia stato deviato: se la nostra esperienza quotidiana ci insegna che l’acqua proviene da un rubinetto e il cibo da un supermercato, la nostra lealtà si sposterà verso il sistema industriale che li fornisce, piuttosto che verso l’ecosistema naturale. Siamo diventati “confusi e mescolati” all’interno di un meccanismo in cui le nostre vite dipendono paradossalmente da una struttura che ci sta portando verso l’autodistruzione. Questa forma di identificazione con l’infrastruttura artificiale ci impedisce di percepire che la nostra vera base vitale sono il suolo e l’acqua dolce delle sorgenti e delle falde, rendendoci pronti a difendere il sistema distributivo anche mentre questo consuma le risorse finite del pianeta.
L’involuzione si manifesta anche nell’incapacità di immaginare alternative, come se il “rumore” del nostro attuale stile di vita parlasse attraverso di noi, impedendoci di vedere il crollo imminente. Mentre “consumiamo” il pianeta, la nostra attenzione resta catturata da strumenti tecnologici e beni di consumo che “intasano le nostre menti”, distraendoci dalla realtà di un Occidente che sta “mangiando i suoi figli”, come nel magnifico articolo di Jonathan Cook, di cui riporto il link, sacrificando la stabilità climatica futura per un consumo di massa insostenibile. La sopravvivenza della specie, dunque, non dipenderà da ulteriori innovazioni tecnologiche, ma da una radicale inversione di rotta: dobbiamo tornare a identificarci con i torrenti, gli alberi e il suolo. Per superare questa fase involutiva, è necessario abbandonare l’ambizione di conquistare o sottomettere la natura, riscoprendo invece antiche forme di spiritualità e pratiche di vita basate sulla cooperazione e sulla convivenza armoniosa con i cicli biologici.
https://jonathancook.substack.com/p/a-dying-west-is-eating-its-children?utm_source=post-email-title&publication_id=476450&post_id=210644192&utm_campaign=email-post-title&isFreemail=true&r=1z9de&triedRedirect=true&utm_medium=email

