Il richiamo del bosco: Simone Cristicchi, il Cilento e la nuova frontiera del turismo nell’era dei cambiamenti climatici

di VINCENZO CHIERA
EU Ambassador Climate Pact 
Una mattina di un luglio particolarmente assolato, il telefono squilla. Dall’altra parte c’è un amico di vecchia data, Simone Cristicchi, in viaggio in camper con la compagna e cantautrice Erika (in arte Amara).
Mi aspettavo la classica domanda che ogni estate mi rivolgono tanti amici: quale spiaggia scegliere, quale borgo sul mare visitare, dove fermarsi per un tramonto sul Mediterraneo.
Invece no.
«Cerchiamo un posto tranquillo in montagna. Vorremmo stare al fresco, tra i boschi, lontani dalla costa e dall’afa.» Una richiesta semplice, quasi banale. Ma profondamente significativa.
Dopo aver scartato il Cervati, maestoso ma forse troppo distante per il breve tempo di permanenza; l’illuminazione: il mistico Monte Gelbison. Una rapida telefonata al Sindaco di Novi Velia, che ha offerto con entusiasmo l’ospitalità dei boschi per i due artisti sul “Sacro Monte” – ha risolto la logistica.
Ma è ciò che questa telefonata ha innescato nella mia mente a meritare una riflessione più ampia. In oltre quarant’anni trascorsi a raccontare il Cilento, non ricordo che qualcuno, nel pieno di luglio, abbia anteposto i boschi alle spiagge. Eppure quella telefonata fotografa meglio di qualsiasi rapporto scientifico un cambiamento già in atto: il clima sta modificando il turismo.
Non è più soltanto una questione ambientale. È ormai una questione economica, sociale e culturale.
Le estati mediterranee stanno diventando sempre più lunghe e più calde. Le ondate di calore non rappresentano più episodi eccezionali, ma una componente strutturale della stagione estiva. Le cosiddette “notti tropicali”, con temperature che non scendono sotto i venti gradi, si moltiplicano; nelle città e lungo molte coste si registrano picchi che superano frequentemente i 40 gradi.
In questo scenario cambia inevitabilmente anche il comportamento dei viaggiatori.
Gli operatori del settore parlano sempre più spesso di turismo climatico: la scelta della destinazione non dipende più soltanto dal paesaggio o dai servizi, ma dalla possibilità di trovare condizioni ambientali più vivibili. Ombra, acqua, ventilazione naturale e qualità dell’aria stanno diventando fattori competitivi tanto quanto il mare cristallino o un centro storico ben conservato. È una trasformazione destinata ad accelerare.
Per decenni il modello turistico italiano ha identificato l’estate con la spiaggia. Oggi quel paradigma mostra i suoi limiti. Le località costiere continuano a rappresentare una risorsa straordinaria, ma nei periodi di massimo affollamento devono confrontarsi con traffico, congestione urbana, consumo energetico crescente e temperature che, nelle ore centrali della giornata, rendono spesso difficile persino la permanenza all’aperto.
Per questo motivo cresce l’interesse verso la media montagna, i parchi nazionali, i cammini naturalistici e i piccoli borghi delle aree interne.
Non si tratta di una rinuncia al mare. Si tratta di un riequilibrio dell’offerta turistica.
Da questo punto di vista il Cilento rappresenta un laboratorio naturale straordinario.
È uno dei pochi territori italiani capaci di concentrare, in poche decine di chilometri, coste tra le più belle del Mediterraneo, montagne che superano i 1.800 metri, boschi secolari, aree protette, biodiversità e un patrimonio storico e religioso ancora poco valorizzato. Dal Monte Cervati al Gelbison, passando per decine di piccoli comuni dell’entroterra, esiste un patrimonio ambientale che fino a pochi anni fa era considerato marginale rispetto al turismo balneare e che oggi è il principale elemento distintivo dell’offerta turistica.
Non è difficile immaginare che nei prossimi anni il vero lusso non sarà più soltanto una camera vista mare.
Sarà dormire con dieci gradi in meno.
Camminare all’ombra di una faggeta.
Respirare aria pulita.
Ascoltare il silenzio.
Le aree interne, spesso raccontate soltanto attraverso lo spopolamento e la perdita dei servizi essenziali, potrebbero trovare proprio nella crisi climatica un’occasione di rilancio. Escursionismo, cicloturismo, turismo religioso, ospitalità diffusa, enogastronomia e benessere naturale possono costruire un’economia complementare a quella balneare, distribuendo presenze e ricchezza lungo tutto il territorio e per un periodo più esteso dell’anno.
Naturalmente tutto questo richiede una visione.
Servono infrastrutture leggere, sentieri curati, mobilità sostenibile, servizi digitali efficienti, promozione integrata e soprattutto una strategia che metta finalmente sullo stesso piano costa e aree interne, superando una contrapposizione che non ha più ragione di esistere.
La telefonata di Simone Cristicchi, in fondo, racconta proprio questo.
Non la ricerca di un luogo alternativo dove trascorrere un fine settimana, ma il segnale di un cambiamento culturale che attraversa l’Italia. Quando persino chi potrebbe scegliere qualsiasi località di mare preferisce il fresco dei boschi, significa che il turismo sta entrando in una nuova fase.
Le destinazioni che sapranno leggere questa trasformazione non subiranno il cambiamento climatico: lo trasformeranno in un’opportunità.
Le altre continueranno a inseguire un modello costruito per un clima che, semplicemente, non esiste più.